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Serse Cosmi: «Violenza e razzismo? Calcio al limite, è ora di fermarsi»

Serse Cosmi

Serse Cosmi è in stand by. L’avventura sulla panchina dell’Ascoli si è interrotta l’estate scorsa nonostante un’insperata salvezza e un altro anno di contratto. Oggi “l’uomo del fiume” se ne sta nella sua Perugia ad aspettare la chiamata giusta.
Com’è possibile che Serse Cosmi non alleni in A?
«Che non alleni proprio vorrà dire. È una cosa su cui mi capita di riflettere sempre più di rado, prima ci perdevo più tempo. Ma ancora sono dentro al calcio con la testa. Di sicuro non saranno gli altri a farmi smettere».
Ma le piace ancora questo calcio? La gente va meno allo stadio?
«Credo sia per l’offerta televisiva. Non dico che lo stadio sia rimasto solo per certe frange, però prima ci andavano veramente tutti».
Oggi poi c’è questa recrudescenza della violenza ultrà e l’allarme razzismo. È d’accordo con Salvini: stop alla violenza ma non alle partite?
«Credo che esista un limite e che ci siamo arrivati. Ma non è una cosa di adesso. Sono morte tante persone e ci siamo ritrovati sempre a fare gli stessi discorsi. E allora dico fermiamo veramente le gare e vediamo cosa succede».
E la Supercoppa in Arabia? Va giocata secondo lei?
«Non spetta al calcio dare segnali su questi temi ma alla politica. Poi il discorso è sempre lo stesso: fino a un po’ di tempo fa era tutto impensabile, ma ormai gli interessi sono tutti economici. Fosse per me la finale della supercoppa italiana dovrebbe giocarsi in Italia».
Il business rovina il gioco?
«Gli interessi economici ci sono sempre stati, non è che prima non ci fossero. Il problema è che adesso pare che ci siano solo quelli. Quando li anteponi a quello che è comunque un gioco, è una contraddizione da cui comunque non ne vieni fuori. Uno esclude l’altro».
Americani a Roma e Milano sponda Milan, cinesi all’Inter. Non sente la mancanza dei Gaucci?
«Se uno fa riferimento ai presidenti di una volta diventa particolarmente nostalgico. C’erano altri allenatori, c’erano altri giornalisti, c’erano altri presidenti. È cambiato tutto, inevitabilmente. Diciamo che il calcio-business ha scaraventato via tutto il talento delle varie figure. Viene a mancare l’aspetto passionale del gioco. Faccio un esempio: quest’anno in serie B è stata fatta una cosa allucinante: portare le squadre da 22 a 19. Sentivo tifosi dire che tutto sommato era meglio perché così le società avrebbero percepito degli introiti maggiori. Se anche i tifosi arrivano a fare questi discorsi...».
Intanto vince sempre la Juve. Non ha stancato?
«A tutti piacerebbero campionati equilibrati che si decidono alle ultime giornate, se non altro almeno con la possibilità di lottare. Anche quest’anno invece questo non avverrà, a meno che la Juve non crolli. Diciassette vittorie e due pareggi sono qualcosa di mostruoso. Il Napoli sta già andando bene, non so quanto di più possa fare».
Chi sarà il vero avversario della Juve in futuro?
«Per quelli che sono gli investimenti credo che l’Inter sia quella che dà l’idea di volersi avvicinare ai bianconeri. Poi Napoli e Milan, ma ci vuole tempo, non penso che un anno sia sufficiente».
Allegri riuscirà a vincere la Champions?
«L’Europa è sempre un capitolo a sé. Però chiaro che la Juve è nel novero delle 2-3 favorite».
E la “sua” Roma quanto la fa soffrire?
«I giallorossi hanno fatto delle scelte ben precise. Era impensabile sperare di avere continuità quando una squadra si ringiovanisce tanto, quando vanno via i giocatori d’esperienza. Ci si aspetta qualcosa in più, ma comunque uno dei traguardi più importanti è stato centrato: il superamento del girone di Champions. In campionato la Roma ha tutto il girone di ritorno per recuperare e Di Francesco ha visto venir fuori giocatori che possono essere l’avvenire della Roma».
Nomi?
«Ne faccio uno: Zaniolo. Una scoperta importante per l’intero calcio italiano. Non è qualcuno che impressiona per qualcosa di estemporaneo, è un giocatore giovanissimo, ma molto di sostanza».
A Roma cercano di capire se Schick è veramente un campione...
«Non voglio alimentare le polemiche, ma dal ceco ci si aspettava un salto di qualità. L’anno scorso ci poteva stare un anno di assestamento, ma quest’anno con l’assenza di Dzeko ha avuto diverse opportunità e se le avesse sfruttate bene ora staremmo qui a parlare di altre prospettive per la Roma».
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