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Il pugno chiuso di Smith e Carlos e quel Sessantotto che cambiò il mondo

Il pugno chiuso di Smith e Carlos e quel Sessantotto che cambiò il mondo

Domani la clamorosa protesta di Tommie Jet Smith e di John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico compie 50 anni. Il 16 ottobre 1968 Smith vince l’oro nei 200 metri con il record del mondo e Carlos il bronzo; alla premiazione si presentano scalzi e indossano un guanto nero per protestare contro le discriminazioni nei confronti dei neri americani. Quello stesso giorno, nello stesso stadio, più o meno alla stessa ora, c’è un italiano che gareggia e che conquista la finale nei 110 ostacoli. E’ Eddy Ottoz, valdostano di ferro, già campione europeo. L’azzurro è sfiorato dalla storia, senza finirci davvero dentro e lo ricorda con ironia e un pizzico di nostalgia.
«Sono salito sul podio il giorno dopo, bronzo in quei 110 ostacoli. Penso sempre di aver sbagliato giorno e podio, anche se nella mia gara e sul podio c’erano proprio due americani di colore, Davenport e Coleman, come Smith e Carlos. Ma decisero di non fare nulla di clamoroso. Se fossi stato al posto dell’australiano Norman, sul podio con Smith e Carlos, avrei partecipato anche io a quella storica protesta, magari avrei indossato la spilla dell’Olympic Project for Human Rights, a cui appartenevano i due atleti americani militanti delle Black Panther». La storia di Eddy Ottoz poteva cambiare di colpo, ma non accadde; questione di sliding doors. Poi, dopo i Giochi, Ottoz partì per un viaggio in moto coast to coast negli Usa e portò con se quella medaglia di bronzo tutta italiana.
«Ero amico di Smith, un intellettuale e un campione. So che aveva preparato quella protesta, lottava per un ideale che condividevo. Ci avevo parlato spesso, anche l’anno prima alle Universiadi. Quel giorno del “pugno chiuso” gareggiai due volte in batteria e nei quarti prima di lui, poi toccò alla sua finale e il mondo dello sport cambiò in un attimo».
Ottoz oggi è una leggenda dello sport italiano di 74 anni, con esperienze politiche importanti alle spalle. «Mi chiedono spesso di quei giorni, ho lavorato anche a un docufilm mandato in onda da La7 e che sarà presentato a giorni al Festival di Roma. Allora, capivamo tutti che quelli del Messico erano Giochi destinati alla storia, e non solo per i record in altura che cambiarono l’atletica mondiale. Il 1968 ci era entrato nell’anima. Ma ero pur sempre un atleta e in quei Giochi andai a vedere Fosbury che saltava in alto di schiena e incantava il mondo, e Beamon che saltava in lungo quasi nove metri entrando nel futuro. Bello essere stato testimone diretto di imprese così. E poi quei guanti neri di Smith e Carlos. Si, avrei voluto salire davvero su quel podio con loro. Invece lo feci un giorno dopo, in un’altra gara e rimasi di bronzo, anche se quella medaglia resta il mio grande orgoglio».


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